A Sharm el Sheikh non ci sono nuvole. Filippo, istruttore subacquo, ama il mare e il suo lavoro, ma nel Sinai si sente fuori posto come un nuvola... Ecco il suo diario del 2002
Cerco un lavoro, ma non voglio lavorare. Non in assoluto: non voglio un certo tipo di lavoro. Eppure quel tipo di lavoro sembra accanirsi nel volermi.
Esco dal terzo e ultimo colloquio con Media Insurance, ho paura di non essere stato efficace nell’opera di dissuasione. Nei miei argomenti sentivo un fondo di consenso verso quello che fanno. Eppure, ne sono sicuro, se avessi voluto quel posto a tutti i costi mi avrebbero eliminato al primo incontro. Invece no. Il lavoro non mi interessa.
Perchè non gli interessiamo?
Devono capire perché. Devono capire perché posso permettermi di snobbarli. È semplice: ho un’alternativa. Poco convenzionale, ma ho un’alternativa.
Sembra un complotto. Se me lo daranno non avrò il coraggio di rifiutare il posto, deluderei troppe persone. D’altro canto non sono stato abbastanza coraggioso da dir loro che non sono l’uomo adatto per quell’azienda. Ma ti pare? Studiare tanti anni per vendere assicurazioni al telefono? Ci sono lavori peggiori e l’istruttore subacqueo è peggiore. In proporzione è mal pagato e più pericoloso, per lo meno è gratificante. Dà soddisfazioni.
Mi ritrovo rivolto verso il mare, seduto su una panchina cerco una risposta che non c’è fissando la linea che divide aria e acqua. Dicono che la soluzione devo trovarla da me. Io ho la risposta. Dentro, laggiù nel mio cervello e, più in profondità, nel mio cuore è già scritta in rosso. Devo solo trovare il coraggio di leggerla ad alta voce.
Leggerla vorrebbe dire scegliere di non crescere. Per leggerla però bisogna essere cresciuti.
Pausa pranzo. Sfilano davanti a me impiegati d’ogni genere. Passano con le loro giacche e cravatte ben stirate. Parlano e ridono. Non so se sono soddisfatti delle loro vite, magari non si sono neppure mai chiesti che cosa ci sia oltre il Molo Audace, le loro Colonne d’Ercole. Hanno un bello stipendio, una bella casa e magari dei figli e stanno bene così. Se hanno bisogno di qualcosa, di qualsiasi cosa, c’è il centro commerciale a due passi. Del resto del mondo a loro non può importare. Io rinuncerei a tutto per il resto del mondo. Non è una posizione politica, è curiosità. Forse a una certa età bisognerebbe smettere di sognare d’essere fatti di nuvola: leggeri e impalpabili, liberi e mutevoli, candidi e innocenti. Forse a una certa età bisognerebbe smettere di farsi mille domande, domande a cui non ci sono risposte. A una certa età bisognerebbe solo conformarsi ed entrare nel grigio meccanismo del mondo occidentale: ricco, ma povero di contenuti.
Forse da una certa età. Ma quale è quest’età?
§ § §
Le nuvole non sono poi tanto diverse dal mare. Nemmeno loro stanno mai ferme. Sono uno spettacolo vario, in continuo divenire. Non annoiano. Sono fatte d’acqua e sono instabili. Solleticano la fantasia, basta guardare in alto.
Chiudo gli occhi. Aspetto alcuni secondi, li riapro. Non sono più dove le avevo lasciate. Non sono più come le avevo lasciate. Si stagliano bianche sul blu e, per un istante, hanno un alone celeste.
Le nuvole sono sempre nuove.
Eccomi, pronto a partire.
Una borsa, quella con l’attrezzatura subacquea, è già in macchina. L’altra sta davanti a me, pronta per essere chiusa domattina. È ridicola, porto via pochissima roba. Nonostante la sensazione di aver dimenticato qualcosa, molto sarà superfluo. È sempre così.
Ho deciso con difficoltà il libro da portare via, ero indeciso tra La televisione va alla guerra di Ennio Remondino e Isole di Bill Holm. Anche se non si può mai sapere, quest’ultimo mi è sembrato più appropriato. Non è un libro da viaggio, ma non importa, so già che domani né leggerò, né dormirò. So già che domani passerò il tempo col naso sul vetro a guardare fuori il mondo, lo guarderò mentre scivola via vicino a me prima sul treno, poi sul bus e infine sull’aereo. Dall’aereo credo che vedrò poco: le previsioni danno brutto tempo sull’Italia.
Me ne andrò con le lacrime del cielo. Quante ne sono state versate in questi mesi, quelle di domani saranno le ultime.
Stasera ho salutato la piccola Ilaria. Se non se ne fosse andata, mi sarei messo a piangere: è così dolce e tenera. È l’unica che cambierà in questi mesi. Cambierà e io non vedrò i suoi piccoli cambiamenti. Sarà uno choc rivederla più grande. Non sa scrivere, ma dall’alto dei suoi quattro anni, ha detto che mi scriverà. Ci ha pensato un attimo poi mi ha chiesto, come solo un bambino sa fare, che cosa avrebbe dovuto scrivere. Sarà banale, le ho chiesto di scrivere quello che farà. Solo quello.
5 maggio. Dal Alpi alle Piramidi.
Aeroporto di Verona.
A proposito d’Isole. Chiamo Tim per informarmi sulle tariffe dall’estero. Ha la sospensione telefonica con L’isola che non c’è di Bennato. Elena mi ha chiamato appena salito sul treno. Lo sapeva. Ha atteso un paio di minuti, il tempo che mi sistemassi, e ha chiamato. Avrei voluto parlarti di più, ma la signora accanto mi inibiva.
Ho passato il viaggio a chiacchierare e ho ignorato il film del paesaggio che scorreva all'indietro. Diversivo non previsto ma gradevole.
Le mie compagne erano due donne così differenti. L’una era rustica, una di quelle su cui la vita è passata come uno schiacciasassi; l’altra era distinta, educata, era una di quelle che hanno una famigliola modello e cinque cani. Per quanto possiamo sembrare normali, abbiamo tutti una storia interessante che valga la pena raccontare. È stata gentile Emy a venire in stazione. Era da molto che non ci vedevamo. Il pranzo thailandese che mi ha preparato è stato un bel pensiero, un ottimo regalo di partenza. Un po’ piccante per i miei gusti, ma ci voleva. Ho ancora fame e mi è venuta pure sete. Chissà se in aereo serviranno qualcosa. Non sono mai stato su un charter, anzi si: sempre per Sharm el Sheikh. L’Egypth Air ci aveva servito un vassoio assurdo. Avevo tanta fame che l’ho mangiato tutto. Aereo. Abbiamo decollato da 20 minuti, guardo giù senza capire su cosa voliamo. Alla mia destra dovrebbe esserci una pianura o del mare, vedo solo una vasta zona di modesti rilievi. Non credo siano i Balcani, mi sembra strano che siano gli Appennini. Dovrei poter guardare a sinistra. Dagli oblò si percepisce solo un mare bianco e uniforme di nuvole. Se prima ero disorientato, ora sono confuso. Tra corridoio e fiestrino come sempre ho scelto il secondo. Fila 4, posto F. A sinistra c'è un posto libero, poi una signora. Per fortuna dorme, mi lascia alla magia dell’alta quota. Tolti i bambini, con la loro solita confusione, l’atmosfera è tranquilla. Li immaginavo più goliardici i turisti dei charter: forse il casino si sente al ritorno, quando stringono amicizia. Scambiamoci i numeri di telefono. Mandiamoci le foto. Non perdiamoci di vista e cose del genere. Magari qualche volta funziona. Il blu del cielo è diverso da quello del mare. Il blu del cielo - me ne accorgo solo adesso - è omogeneamente sfumato verso il bordo. Ha un centro scuro, poi degrada in tante tonalità d’azzurro verso il bianco. L’impronta umana al suolo è abbastanza familiare. Credo sia Italia. I campi e le strade, come sono fatti, sembrano di casa. Ecco la conferma che aspettavo: il mare. È la costa Adriatica. A sinistra: le Tremiti. Bellissime. Tra il Gargano e Taranto arriva il cibo. Riso con carne a strisce non identificabile; verdure cotte; patate lesse insipide; formaggino col pane; un’imitazione di girella più buona della Girella. Il caffè? Lo evito. Immagino sia la solita acqua sporca. La conferma arriva dalla faccia della vicina. Meglio un tè. Taranto ha una forma strana, sembra costruita sull’orlo di un vulcano marino. Il sole sbatte sul mare. Lo sovraespone e lo rende bianco. Il mare ha il suo lato chiaro. Una piccola macchia. Da qui, il moto ondoso sembra un’impronta digitale, un’enorme impronta digitale. Un'isola vera. Le strade circondano i rilievi, poi si incrociano per circondarne altri. È lunga e stretta. Anche grande. Non vedo il Minotauro, ma immagino sia Creta. Che altro può esserci nel mezzo del Mediterraneo. Sulla nostra rotta, almeno. Ancora terra. Una costa bassa e molto lunga correre sotto di noi. Se solo ci fosse una cartina. Ecco cosa manca sui charter che invece sui voli di linea si trova: il giornale della compagnia. In fondo, nelle ultime pagine, c’è sempre la mappa coi collegamenti. Sembra banale, ma è utile. A questo punto immagino d’essere sopra il Peloponneso e quella doveva essere Zante. Ci sono delle montagne. Una, una soltanto è illuminata dal sole. Anche se sta da tutt’altra parte, mi piace pensare che sia il Monte Olimpo. È gratis, non mi costa niente. Dopo un territorio aspro e mosso ricomincia il mare. Ricomincia nel senso più stretto della parola: la costa frastagliata è ben marcata da una linea chiara che esalta il blu. Adesso il mare è blu, niente isola che non c’è. O forse si. Dalla foschia, s'intravede qualcosa di grosso, qui sotto vedo invece un’isola più piccola. Tanto per dire quanto mi interessano i turisti, solo ora mi viene in mente di guardare indietro. Guardare se l’aereo è pieno. Un tizio dorme con il collo iperesteso all’indietro e con la bocca spalancata, qualcuno dorme in modo normale, altri socializzano. Niente di rilevante, non mi sarei perso niente se non mi fossi voltato; solo ho scoperto che il volo è quasi pieno. Ecco un altro pezzo di terra di dimensioni abbastanza grandi perché gli abitanti non si conoscano tutti. È a triangolo con un’insenatura nel mezzo. Ha una piccola pista d’atterraggio, viriamo verso sud. Da quassù è difficile valutare le dimensioni. Comincia a fare caldo. Il capitano ha alzato via via la temperatura per abituarci al clima che troveremo. Tolgo il maglione, non posso fare altrettanto con i pantaloni. Sorvoliamo di nuovo la grande impronta digitale. Al caldo del capitano si aggiunge quello del sole che mi batte sulla spalla. Mi ci dovrò abituare. Ad agosto sarà un inferno. Cominciano le allucinazioni, i miraggi. Scorgo una montagna dalla cima innevata. La forma che intravedo è lunga. Se non è questa Creta, non so più che dire. - Un giorno o l’altro ci dovrò venire da queste parti. È un affermazione senza senso: ci sono già da queste parti. Non è proprio quello che intendo. Ora è come vedere una grande carta geografica senza nomi. Ne vedo una porzione vasta. Fermiamo l’aereo ed entriamo nella cartina. Una realtà virtuale poco virtuale. Ribaltiamo la moda. Torniamo al vecchio modo di viaggiare: o viaggi oppure no. Non che viaggi da casa. Viaggiare è faticoso. Se non arrivo in fretta, a furia di guardare fuori, scendo con il torcicollo. Cosa si prova a vivere su un isola non troppo grande, ma neppure troppo piccola? Ci si sente isolati, lapalissiano, ma isolati con un desiderio di fuga oppure con uno di sicurezza? O magari si vuole solo scappare verso il continente? Nuvole. Una superficie liscia e omogenea, con alcune striature dove lo strato è meno denso. Mezzo campo visivo è bianco, l’altro mezzo è azzurro, l’orizzonte sta a metà: un Rothko. Si balla. Riflessi abbacinanti come sul mare. Non riesco a guardare fuori. Non importa, devo compilare il modulo per il visto. "Indirizzo in Egitto". Chi lo sa. Lascio in bianco. Mi arresteranno, ne sono certo. "Motivo della visita". Eviterei "Business", direi "Recreation". Una vacanza un po’ lunga e faticosa, ma pur sempre una vacanza. Tra il blu del mare e il celeste del cielo, il bianco delle nubi; un altro Rothko. Simile ma diverso. Contro luce vedo arabeschi disegnati dal vento tra le onde. Delta del Nilo nella foschia. S’intravedono luccicare le anse del serpentone africano. Una virata e in un istante il verde fertile del Nilo diventa deserto. È una fascia strettissima di campi. Eccolo il deserto col suo fascino misterioso. Oggi mi attrae, fra qualche mese mi avrà nauseato. Anche qui arabeschi come sul mare. Rilievi bassi disegnati da piste battute. Dall’alto, tra il mare e il deserto non c’è molta differenza. Cambia solo il colore. Anche il deserto si muove. Soltanto lo fa in modo un po’ più lento. Vuoi vedere che tra cielo-nuvole, terra-deserto e mare-mare non c’è poi tanta differenza? Dai 10.000 metri si considerano le cose in maniera diversa. È anche questo che intendo col "cambiare panorama". Il deserto è un po’ meno impronta digitale del mare ma, a suo modo, la può ricordare anche lui. Siamo finalmente sul Mar Rosso. Un aereo passa a poche centinaia di metri sotto di noi. Ormai è passato, non è il caso di allarmarsi. Il contrasto acqua-deserto conferisce all’acqua un tono turchese. Il Golden Palace Hotel che prima era in periferia ora è in pieno centro. Non pensavo a tanto sviluppo. Atterriamo e, con un italiano incerto, l’hostess araba al microfono dice: "Ce l’abbiamo fatta!". Invece dell’applauso a scoppiare è una risata. Peccato non ce l’abbia fatta l’Inter. Perdere lo scudetto all’ultima giornata. Meno male che non c’ero. Appena scesi dall’aereo i primi turisti lo sapevano già. A terra non mi aspetta nessuno. Devo trattare coi tassisti. La ragazza Alpitour dice di non dargli più di 5 euro. Mi chiedono 20 dollari. Dico di no, anche perché non sanno dove è il Divin’Commedia Diving Center. Sembra non lo sappia nessuno. Finisce che un po’ cedo io e un po’ cedono loro. Siamo a 10 euro, comunque una rapina. È il tramonto. L’altra volta sono arrivato con l’alba. Mi guardo attorno, tutto è cambiato. Il tassista dice che a ogni secondo c’è un cambiamento. Non fatico a credergli. Solo una cosa sembra non essere cambiata in questi anni: il modo di guidare. Troviamo il diving abbastanza in fretta, lo facciamo dopo una retromarcia contromano che mi lascia col cuore in stallo. L’accoglienza non è delle più calde. Scarico la mia attrezzatura e uno degli autisti egiziani del diving mi accompagna a casa. Si unisce a noi una ragazza tedesca. Cerco di scambiare qualche parola, non mi sembra loquace. Mi aiuta a caricare la borsa sul furgoncino, ma a ogni tentativo di conversazione risponde telegrafica. Desisto, meglio guardarsi attorno. Altro che Europa a sud di Suez, questa è come Las Vegas. Una città nel niente. Luci nel deserto. Una fabbrica di soldi nel cuore dell’Islam. La casa è carina. Mi aspettavo un buco lercio in decomposizione, invece è abbastanza accogliente. La cucina si potrebbe tenere più pulita, ma nel complesso è ok. Se speravo di scappare dalla tv spazzatura italiana non avevo considerato il dio satellite. Mi tocca vedere il trionfo della Juve e i quattro goal presi dal Inter contro la Lazio. E poi è domenica, c’è anche Stranamore. Che strazio. Un caffè, una tequila, due chiacchiere e me ne vado a letto, ché sono sveglio dalle cinque. Per l’accento toscano scelgo di dividere la stanza con Rico piuttosto che con Valerio. Non avevo considerato l’effetto collaterale del caffè. Ho un sonno che non ci vedo eppure non riesco a dormire. La tedesca poco loquace sta scopando in salotto col mio compagno di stanza. Ho notato che qui la polizia è dappertutto, in ogni angolo: in fondo alla scaletta dell’aereo, all’entrata dell’aeroporto, dentro l’aeroporto, all’uscita dell’aeroporto, a ogni incrocio, in ogni albergo. Ovunque anche qui nel mio letto insonne.
Rimane il mare con le sue correnti. Le ombre delle nubi disegnano quelle isole che non ci sono. Ecco la soluzione. Ecco dov’è l’isola che non c’è di Bennato. Sta sotto ogni nuvola. Per cappirlo bisogna cambiare prospettiva. Sotto di noi c’è un enorme arcipelago inesistente e mutevole.
Mattina tranquilla. Un caffè schifoso, quello che ho preparato. Non mi entusiasmano, ma mi sono preparato tre uova bollite. Costano poco e riempiono, ma non si possono mangiare ogni giorno.
Ieri sera inaspettatamente ho mangiato una cena completa: pasta al ragù, pollo e patate fritte. Troppo italiano.
Sono stato al supermercato Sheikh Abdallah vicino casa, c’è tanta roba strana, ma è più quella familiare come i biscottini Plasmon a 5 euro la confezione. Mangiamo quelli arabi, noi.
Il pomeriggio è sui generis. Al diving allestiamo degli scaffali con il materiale da vendere. È espressione artistica mescolata a psicologia commerciale. Questo lo so fare, è come dipingere un quadro: i colori vanno bilanciati con gusto, le forme devono essere ripetute in modo armonico, i pezzi vanno sistemati a regola d’arte.
Bisogna essere creativi.
Lo scaffale in basso è inutile, ma in qualche modo va riempito. Fuori troviamo delle pietre che fanno al caso nostro. Più che pietre, sono fossili. Qui i fossili vengono usati come pietre.
Raccogliamo dei pezzi di madrepora con un'età tra i 75 mila e i 25 mila anni per giocare al piccolo geologo. Asharaf vuole spaccarne uno grosso per averne diversi di misure minori. Per raggiungere il suo scopo vuole gettarlo a terra, lanciarlo con forza.
- Lascia perdere, Asharaf!
Mi ascolta e prende un cacciavite e un martello. Assesta un colpo e la punta sprofonda nella madrepora. Prima che ci riprovi, gli ripeto che è inutile, ma non mi ascolta e assesta un secondo colpo.
Se la madrepora non si apre, non resta che gettarla a terra. Non si spaccca, è friabile e lascia solo una poltiglia bianca nel punto dell'impatto.
Asharaf vuole dividerla a tutti i costi e alla fine prende una sega per tagliare il giochino in due metà. Alla fine quendo la madrepora è divisa entrambi la guardiamo con grande interesse, io più di lui. Inutile negarlo, quei buchi con quelle forme mi affascinano.
Allestiamo lo scaffale. Manca qualcosa: la sabbia e scopro che il deserto non è fatto di sabbia, almeno non qui. A dire di Asharaf ciò che forma il deserto sono piccolissimi pezzi di granito. In effetti sono pietre minuscole quelle che raccogliamo. Alla fine ci compiaciamo del nostro lavoro. Siamo stati bravi, è armonico. Ci vorrebbe una foto, forse andrebbe esibito in un museo, non in un diving.
Sento, o mi pare di capire, che è esploso un aereo al Cairo. Sopra la testa me ne passano in continuazione. Tra aerei e mezzi terrestri vecchi e mal tenuti, qui c’è un inquinamento da metropoli. Me ne accorgo dal naso: quando lo soffio, esce nero. Il naso non sbaglia. Ottimo filtro.
Cerco di imparare qualche parola d’arabo o di quella lingua che parlano a Sharm. Ce la farò anche se il problema è un altro. Qui si parla o in inglese o in italiano. Non c’è verso di farsi entrare nella testa nemmeno il modo di salutare. Almeno oggi. Domani mi sforzerò di più.
Gli egizi si dimostrano disponibili, o così sembra. Magari poi mi stanno solo prendendo per i fondelli. Loro dicono una parola, io la ripeto come un pappagallo. Cosa ripeto, cosa dico, non lo so.
Anche oggi pasta: capellini al ragù. Molta pasta poco sugo.
Il primo sarebbe più che sufficiente, ma ormai Valerio ha preparato le costine di maiale. Già che la legge musulmana è infranta, meglio eliminare le prove. Le mangiamo subendoci Pippo Baudo e i Telegatti. Ancora una volta il dio satellite a il sopravvento su di noi.
Anche oggi in piscina. Questa volta al Tiran View Resort. Questa volta tutto il giorno. Ha i suoi vantaggi, stare qui: esiste l'ora di pausa.
Vedo il mare. Vado al mare. Alla fine del pontile incontro l’egiziano addetto alla spiaggia. Ci presentiamo. Lui impara subito il mio nome io, oltre a non ricordare il suo, neppure sarei in grado di riconoscerlo se lo incontrassi.
Pennichella in spiaggia. È una spiaggia tranquilla e decido che può essere affrontata. Ogni tanto i refoli di vento portano aromi di creme al cocco o rumori di vacanzieri, ma, nel complesso, si sta bene e mi addormento.
Passa il beach boy del pontile. Mi saluta. Apro un occhio e lo guardo sghembo. Mi dice qualcosa, ma non capisco: sono mezzo addormentato. Capisco che la spiaggia è per i turisti. Con ogni probabilità mi sta avvisando in modo gentile che me ne devo andare. Prendo la mia roba e ancora assonnato mi scuso.
- Why? Risponde lui
- Ah no? Posso stare?
- Yes.
È evidente, devo migliorare la comunicazione internazionale: non ho capito molto di quanto appena successo. Mi giro sull’altro fianco e ricomincio a dormire.
Il rumore del mare agitato sul reef è fragoroso quanto i motori degli aerei che passano sul mio ombrellone di paglia. Alle volte non li distinguo, assurdo. Suona l’allarme dell’orologio: è ora di andare a lavorare. Lavorare? Si tratta di fare una passeggiata in spiaggia, raccontare che c’è un diving center e intrattenersi un po’ con quei quattro gatti che prendono il sole. Non so se può chiamarsi lavoro.
Prima di tornare al diving metto per la prima volta un piede nell’acqua. Pensavo fosse più calda.
Nel giro spiaggia con Valentina, decidiamo di evitare i russi: tanto non capiscono. Lei non li sopporta proprio. In effetti non fanno nulla per sembrare simpatici. Non rispondono nemmeno ai saluti. I russi si riconoscono da lontano: carnagione rosso aragosta su bianco latte e abbigliamento eccessivo per il contesto in cui si trovano. La maggior parte di loro sono anche maleducati, le russe però non sono male, bisogna riconoscerlo.
È ridicolo. Odiamo i turisti, ma se non ci fossero il nostro lavoro non avrebbe senso. Rimane un fatto però, certi sono dei gran rompiballe. Dal nostro punto di vista ce ne vorrebbero meno ma di maggior qualità. Più subacquei e meno turisti solo turisti.
Valerio si lamenta: non c’è mai niente da mangiare e ogni due giorni spendiamo una fortuna da Abdallah.
Il nuovo diktat di casa è: risparmiare sulla spesa.
Da veterana del posto, Franziska si offre di accompagnarci all’Old Market giù a Sharm per mostrarci i negozi più convenienti. Per andarci prendiamo il taf taf, la versione egiziana del taxi collettivo.
Ogni volta che salgo su questi cosi a quattro ruote credo di morire: non mi abituerò mai al loro modo di guidare. Se i taf taf sono i trailers, l’Old Market è il film dell’Egitto. Edifici bassi, strade polverose, negozi ovunque, gente amichevole, televisori fuori dai locali, colori, rumori, profumi, puzza. Un bazar. Tutti conoscono Franziska e la chiamano da ogni angolo della strada.
Prima tappa, un chiosco dove si beve succo di canna da zucchero. Ha un sapore dolcissimo. Dicono afrodisiaco. È fresco e dissetante. Ci aiuterà ad affrontare la fatica che ci aspetta. Il bancone è allagato d’acqua. Pago con una banconota di taglio grande e l’egiziano mi dà il resto senza curarsi di dove lo appoggia. Le banconote sono così sporche che un bagno può solo migliorare la loro situazione sanitaria, ciononostante mi dà fastidio. La percepisco come una mancanza di rispetto: devo metterle in tasca così, fradice. Le arrotolo e spariscono nei calzoni.
Primo market. I prezzi sono in arabo. Ho un foglio con la conversione nei nostri numeri. Mi hanno insegnato da sempre che usiamo i numeri arabi eppure qui usano dei segni diversi dai nostri. Forse allora esistono ance i numeri “egizi”. Converto.
"Quindici o cinquanta piastre?"
"50!"
"Ma questo è un uno e questo un cinque: quindici!"
"No, c’è questo segno davanti…"
Alla fine ci fregano sempre, lo trovano un modo. Con un segno o con una scritta da destra a sinistra che diventa all’improvviso una scritta da sinistra a destra non si scappa. È impossibile farla franca, nemmeno con Franziska.
All’incrocio c’è un’ambulanza, intorno si forma subito un capannello di egiziani. È una corsa di solidarietà per donare il sangue.
Un altro market. Non resistiamo e compriamo l’aranciata. Qui la Fanta ha un colore più intenso, sembra più chimica, ma è più saporita che in Italia, non c’è che dire è più buona.
Ci ferma il gioielliere. Non ne dubitavo, anche lui conosce Franziska.
"Siete staff? Sconto per voi e vostri clienti".
"Ci penseremo, ciao".
Panettiere: il forno emette un forte profumo gradevole al naso. Il garzone fa amicizia con Rico e ci fa lo sconto. Oltre al pane prenderei dei croissant per la colazione di domani.
"Questi per favore. Sono al formaggio?! Meglio di no, grazie".
"Cosa c’è di dolce?"
Hanno un aspetto invitante. Domani vedremo se il gusto di quelle ciambelle corrisponde all’apparenza. Altro sconto. È uno sconto sul prezzo di mercato o su quello di mercato maggiorato dello sconto applicato? Economia spicciola, ma pratica.
Prima di arrivare dal fruttivendolo, Rico accetta di barattare Franziska per due uova. Di solito offrono cammelli, questo è un pezzente e, considerato che noi accettiamo, sembriamo dei morti di fame.
Entro dal fruttivendolo, ha un aspetto accattivante ma da qualche parte, non so esattamente da dove, arriva un odore di cammello. Potrebbe essere la signora.
Eau de deserte.

Scivolo sotto caschi di banane, dribblo angurie e meloni e finisco col trovarmi al centro di colori ammalianti e smaglianti. Un uomo alto con un panno attorcigliato alla testa pesa le arance e la verdura: 10 pound. Guardo Franziska con occhio interrogativo. Non so se è tanto o poco. Mi rimanda un’occhiata, non capisco se d’approvazione o di biasimo. Svelta saluta in arabo e ce ne andiamo. Sembra sia andata bene: 10 pound è un buon prezzo. Ottimo, meia-meia. Letteralmente “cento percento”, in pratica “molto bene”.
Mi si avvicina un tipo. Non parla inglese né altre lingue straniere. Non lo capisco. Come un cretino ripeto pedissequamente quello che dice. Si diverte. Secondo me, nella migliore delle ipotesi, mi prende per il culo. Non è da escludere che voglia mettermelo fisicamente in quel posto. Sembra invitarmi a bere qualcosa. Rico dice di dirgli sempre sì e voltargli le spalle. Pregiudizi magari, ma non colgo il consiglio: non si sa mai. Il tizio capisce che non è aria e mi molla prima di venire mollato malamente.
Il computer del diving non è connesso alla rete. Per spedire una mail devo andare a un internnet cafè, non mi resta che scrivere in world e salvare sul dischetto. Se avrò tempo spedirò il tutto stasera.
Reda, l’uomo di fatica egiziano assegnato a questa struttura, si rompe quanto noi. Tento di leggere una guida sul Mar Rosso, ma lui mi gira attorno. È tanta la noia che vuole insegnarmi l’arabo. Arabo? Non ho ancora capito che lingua parlino qui: se è arabo, se è egiziano o se è un dialetto assurdo.
E sia, se non c’è altro da fare imparerò quello che c’è da imparare. Qualsiasi lingua parli, Reda conosce solo la sua lingua madre. Arriva col calendario e tenta di spiegarmi i numeri. Mano a mano li scrivo secondo il nostro alfabeto. Certi suoni non sono in grado di rappresentarli, dovrei usare l’alfabeto fonetico. Non lo conosco, faccio quello che posso.
Fino al 25 non capisco come funziona poi, all’improvviso, ho un’illuminazione. Trovo la chiave. È semplice. È come il nostro sistema decimale. Dopo il 30 viene il 31, solo con l’ordine invertito. Prima l’unità poi la decina. Ottantasette si dice sabah tamanin, sette ottanta. Reda è entusiasta e forse ha ragione. È riuscito a insegnare a un “infedele” un po’ della sua cultura. È una bella soddisfazione.
Con quei suoi denti mezzi marci mi dice MEIA MEIA.
Ora posso contare fino a cento. Non a memoria, ma ho capito l’antifona. Provo a recitare la litania numerica: whahed, itnin, taleta, harbha, kamsa, seta, sabah, …, meia. Qua e là la lingua si arrotola, ma ce la faccio. Mi sento un muezzin in cima al minareto. Gli operai di fronte sorridono: sadiki, amico mio. Dicono tutti sadiki, sono contenti del mio sforzo.
Tocca ai giorni della settimana. Non sono sicuro corrispondano ai nostri. Io parto con il lunedì, lui con il sabt. Non credo che il sabt debba essere necessariamente sabato, però devo ammettere che non mi suona come lunedì. Se proprio non è sabato mi da più l’idea di un venerdì o di una domenica. Suona come un giorno di festa. Prima di sprecare fatiche e imparare inutili abbinamenti sospendo in modo temporaneo la lezione. Una volta informato correttamente ritornerò sui banchi di scuola.
Gli aerei oggi ci passano proprio sulla testa, saranno a qualche decina di metri, non di più. È un terremoto a ogni passaggio. La torre di controllo avrà chiuso una pista per colpa del vento. Soffia come nemmeno a Trieste. Non è bora ma può competere. Sembra che il vento sia solo qui, su Tiran. Giù a Sharm ce n’è molto meno. Sembra quasi che si incanali tra le montagne del Sinai per esplodere qui prima di arrivare sullo Stretto.
I fogli volano e all’ombra, senza maglietta, fa freddo.
Franziska si rifila le sopracciglia con la pinzetta. Mi viende in mente quando Elena cercava di farlo con me e io le vietavo di avvicinarsi.
Ancora aerei. Stormy weather. Il tempo non passa quando non c’è niente da fare. Li guardo passare con le loro scie nere nauseabonde. L’aria diventa irrespirabile. È il prezzo che paghiamo per spostarci rapidamente. Molto meno rapidi ma ugualmente puzzolenti sono i camion cisterna in perenne sosta di fronte all’aeroporto. Asharaf dice che trasportano acqua e che in certi orari non possono attraversare Sharm: si radunano tutti assieme e aspettano. Sadiki si diranno. Sono tutti amici. Stanno seduti su un telo, anzi su un tappeto, all’ombra delle autobotti a fumare il narghilè. Come noi aspettano impotenti l’ora per muoversi dalla loro inerzia forzata. La differenza sta solo nell’aria che respiriamo. Noi quella degli aerei, loro quella dei colleghi che possono transitare con i taxi e con i taf taf.
Stamani, superando i camion, dal finestrino entravano tutti i loro scarichi. Occhio per occhio, dente per dente. È la legge del taglione, sadiki. Meia meia.
Bus Stop. Un deja-vu, un nome sentito mille volte in Italia nelle citazioni di chi aveva lavorato a Sharm.
Stasera il Bus si è fermato!
Taf taf post incidente. Non ci penso, spero in uno stop delicato. Attraversiamo la passeggiata in di Na’ama bay. È una tristezza cosmica: Planet Hollywood, KFC, Hard Rock Cafè, manca Mc Donald’s solo perché non lo vedo. C’è, ne sono sicuro: i cestini dell’immondizia sono marchiati con la grande M dorata. È il posto migliore dove metterla. Fast food is good.
Ecco la nostra destinazione. IL Bus Stop è più familiare di quanto pensassi. Discutiamo per entrare. “Divin’Commedia, staff!” Parole magiche che aprono le porte gratis.
Questo posto lo conosco. Doppio deja-vu. Venni a fumare il narghilè sui terrazzini. Sette anni fa era diverso. Molto diverso. Oggi è una discoteca. Mi guardo attorno, turisti misti a egiziani. Sono svaccato. Non ho l’umore adatto per queste cose. Neanche pettinato. Qui si viene per rimorchiare. Osservo il testosterone e le tecniche di un italiano palestrato. Che brutto termine palestrato. Si sente super-figo. Approccia a destra, viene scaricato a sinistra. Le passa in rassegna tutte, punta sulla quantità. Abborda in inglese, tutte gli rispondono in italiano.
Nevica sull’Egitto, nevica spuma. È sempre più triste. Abbiamo bisogno di tante certezze che ci portiamo dietro anche la neve.
Continuo a vedere una tal Maddalena. Era in aereo. Lavora per un tour operator. Sembra un po’ stronzetta con quei capelli corti corti tinti di fresco. Pessimo accostamento col colore della pelle. Ci sarà a chi piace, magari poi è anche simpatica. Non approfondisco. Saluto e me ne vado verso la strada dell’aeroporto. Fermo il mio primo taf taf e torno a casa.
Tre ore e mezza di sonno.
Saranno sufficienti.